Cappuccetto Rosso

Vi starete chiedendo perché questa fiaba non inizia con “C’era una volta…”

Beh, semplice. Perché oggi sono io a raccontarvela. Come io chi? Non mi riconoscete? Io io: Cappuccetto Rosso!

Cioè, il mio vero nome è Greta, ho 9 anni e vivo con la mia mamma ed il mio papà al limitare del bosco. Sono una bambina come voi, mi piace il gelato, mi piace giocare, ridere, correre e non mi piace fare i compiti.

Perché tutti mi chiamano Cappuccetto Rosso? È tutta colpa della mia mamma… Lei è fissata coi vestitini eleganti. Vuole che vada in giro vestita bene, pettinata bene, lavata bene, eccetera eccetera eccetera, mentre a me piacciono i pantaloni corti e le canottiere, perché così posso correre e sporcarmi. Per questo, qualche tempo fa, la mamma mi ha regalato questa mantellina rossa, in modo che io possa continuare a vestirmi come mi pare purché sopra indossi la mantellina. Peccato che da allora io sia diventata per tutti Cappuccetto Rosso.

O almeno per quelli che hanno il coraggio di chiamarmi così…

Sì, perché a dispetto di quello che vi hanno sempre raccontato sulla mia dolcezza, in verità sono sempre stata una pestifera che adora fare i dispetti. Ho sempre fatto impazzire la maestra e in casa ne ho combinate di tutti i colori; i miei amichetti quando mi vedono sono terrorizzati e scappano a destra e sinistra.

Ho fatto disperare anche la mamma ed il papà ma a me non è mai interessato perché mi è sempre piaciuto fare come mi pare e piace!

Ma non voglio annoiarvi troppo, per questo ora vi racconto la storia…

È successo tutto una domenica di primavera. Ricordo che era proprio una bella giornata col cielo limpido e senza nubi e dall’aria fresca e profumata di fiorellini di campo.

Quando mi sono svegliata, quel giorno, ho fatto un sacco di capriccetti perché non volevo andare a messa con mamma e papà ma volevo restare a casa per giocare con le bambole. E così la mamma, esausta, mi ha dato una bella punizione:

“Greta, se non vuoi venire a messa, allora svolgerai dei compiti che ti affida la mamma per tutto il giorno”.

“Uffa, mamma”, provai a controbattere.

“Non ti azzardare a rispondere male”, incalzò la mamma. “Cominciamo subito. La nonna è a letto malata. Le ho preparato una bella focaccia ed ho messo in fresca una buona bottiglia di vino. Ora io le metto in un cestino e tu gliele porti. Mi raccomando, cammina lungo il sentiero e non fermarti con nessuno. Ma soprattutto, stai molto attenta al lupo cattivo”.

Sarebbe questa la punizione? La nonna abitava al centro del bosco. Mi divertivo tantissimo ad attraversare il bosco. Potevo spaventare gli uccellini e tirare sassi agli scoiattoli. Il lupo cattivo, poi, era la mia preda preferita. Sapevo dove dormiva ed ogni volta mi infilavo di nascosto nella sua tana e gli facevo qualche bel dispetto: gli tiravo la coda, oppure la legavo a qualche roccia mentre dormiva, oppure gli lanciavo una secchiata d’acqua gelata.

E così mi infilai la mia mantellina rossa, presi il cestino, e partii senza battere ciglio.

Una volta entrata nel bosco, andai dritta dritta proprio verso la tana del lupo. Stranamente, lo trovai sveglio: era affaccendato a prepararsi una zuppa di rape per il pranzo della domenica.

Mi nascosi dietro un albero e… “Buuuuhhhh!!!”. Saltai fuori all’improvviso urlando. Il lupo si spaventò a morte e fece un balzo così grande che si rovesciò addosso il pentolone bollente.

Quando si fu ripreso, con voce tremolante mi disse: “Buongiorno Cappuccetto Rosso, cosa fai da queste parti? Non pensi sia ora di tornare a casa?”.

“Non ti preoccupare, lupo cattivo” risposi, “non ti farò altri dispetti, per ora. Devo portare questo cestino alla nonna malata e siccome è molto pesante me ne voglio liberare in fretta. Prepararti, perché al mio ritorno avrò le mani libere e troverò il modo di farti disperare…”

E così me ne andai, lasciandolo tutto spaventato e tremolante.

Ci misi un po’ ad arrivare dalla nonna.

Quando fui vicina alla casa, tutto era silenzioso come sempre. L’unica cosa strana era che la nonna non era fuori ad aspettarmi, cosa che di solito faceva per evitare che combinassi qualche guaio in giardino. Certamente non stava proprio bene ed era rimasta a letto.

Così bussai forte alla porta.

“Chi è?”, chiese la nonna.

“Cappuccetto Rosso! Ti porto vino e focaccia fatta in casa, aprimi.”, le risposi.

“Apriti da sola”, disse la nonna, “io sono così debole che non posso alzarmi.”

Aprii la porta ed entrai. La nonna era coricata nel letto. Pensai che aveva preso proprio una brutta influenza, perché non sembrava nemmeno quasi più lei.

Mi avvicinai al suo letto: la nonna aveva la cuffia da notte abbassata ben bene sul viso.

La scrutai attentamente, perché era davvero strana, finché esclamai: “Nonna, che orecchie grandi hai”.

“È per sentirti meglio, piccolina mia.”, rispose la nonna.

“Nonna, che occhi grandi hai.”

“È per vederti meglio, piccolina mia.”

“Nonna, che mani grandi hai.”

“Per abbracciarti meglio, piccolina mia.”

“E nonna, che bocca enorme hai.”

“È per mangiarti meglioooooo.”

Non feci nemmeno in tempo a sentire quelle ultime parole, che la nonna aprì le sue enormi fauci e mi inghiottì in un sol boccone.

In quel momento sono quasi morta di paura. Dopo pochi istanti, mi ritrovai in un posto buio e puzzolente, mi guardai intorno e finalmente capii di non essere nella pancia della nonna ma in quella del lupo. Infatti di fianco a me c’era una vecchia scarpa di papà che gli avevo buttato nella zuppa qualche settimana prima…

Scoppiai a piangere, non di capricci, ma di paura e tristezza. Non avrei mai più rivisto nessuno: i miei genitori, i miei amici, la nonna, e tutti quelli a cui volevo tanto bene nonostante i dispetti che gli facevo.

A proposito di nonna, che fine aveva fatto la nonna? L’aveva mangiata il lupo e già digerita? Oppure era scappata in tempo ed era andata a chiedere aiuto?

Proprio mentre pensavo a queste cose, sentii degli strani rumori venire da fuori ed improvvisamente si accese la luce…

“Cappuccetto Rosso, esci immediatamente da lì!”, mi ordinò il papà.

“Babbo, babbo”, piagnucolai felice ed incredula mentre cercavo l’uscita.

Appena fuori, vidi la mamma, il babbo e la nonna che mi aspettavano e corsi loro incontro felice.

Il babbo sistemò la pancia del lupo e lo svegliò. Ora c’erano proprio tutti e così mi spiegarono.

Quei cattivoni avevano organizzato tutto per darmi una bella lezione.

Ed in effetti, la lezione l’avevo imparata. A furia di fare scherzi e dispetti, alla fine ne avevano fatto uno bello grosso a me. Da quel giorno, diventai la bimba dolce e gentile che tutti conoscete.

E da allora, viviamo tutti felici e contenti.