La fatina dei gessetti

Alla fine del lungomare di Laggiù c’è una rotonda che si affaccia sul mare, dove il cielo è limpido e azzurro e l’aria fresca e frizzante. Splende sempre il sole da quelle parti e l’acqua è così limpida che si possono contare i sassolini sul fondo del mare e vedere i pesciolini nuotare felici. Il profumo dell’estate ed il canto degli uccellini cullano i pensieri di chi passa di lì e riempiono i loro cuori di gioia. È un angolo di paradiso questo, e in quell’angolo di paradiso c’è il chiosco della Fatina Johanna.

Al tempo di questa storia, Johanna era una fata bellissima: aveva i capelli gialli come il sole, lunghi fino a terra, gli occhi azzurri che si confondevano con il cielo e un vestito bianco come l’anima di un cerbiatto, che copriva appena i piedi scalzi. Dal vestito spuntavano due ali piumate con le quali Johanna volava sopra i sogni della gente.

La Fatina Johanna aveva costruito il suo chiosco in quel posto fantastico per ospitare i bambini di tutto il mondo. Il chiosco offriva bibite zuccherate e gelati gustosissimi; c’era poi un armadio tutto pieno di giochi: vecchi marchingegni di legno, carte magiche che raffiguravano draghi e creature fantastiche, un gioco dell’oca degli Elfi e molto altro ancora. Ma il gioco preferito dai bambini erano i gessetti, gessetti di tutti i colori dell’arcobaleno, con i quali era possibile dar sfogo alla propria fantasia e dipingere i propri sogni. E così i bimbi passavano intere ore a giocare e disegnare sul cemento di fronte al chiosco, mentre i genitori sorseggiavano una bibita rinfrescante.

I gessetti erano magici: infatti, ogni volta che un bimbo ne usava uno per disegnare, a seconda del colore scelto, il mondo diventava migliore. Per esempio, se si usava un gessetto verde, nasceva un po’ di speranza dove non c’era, mentre se si usava un gessetto rosso, nel mondo fioriva un po’ d’amore dove prima c’era odio. Ciò rendeva la Fatina Johanna ogni giorno più bella e felice, aumentando i suoi poteri buoni.

Ma questa grande felicità non piaceva a tutti. Soprattutto non piaceva allo stregone Vladimiro, che era stato per mille anni il mago più potente di tutto il pianeta, prima che la Fatina Johanna lo superasse grazie al potere dei suoi gessetti.

Per questo lo stregone passava intere notti insonne, arrovellandosi, fino a che si convinse che l’unico modo per tornare il più potente era quello di far fuori la Fatina... Ma come? Alla fine, una notte di lampi, tuoni e pioggia battente, ebbe un’idea grandiosa: si precipitò nel suo laboratorio, sfogliò i libri di magia nera alla ricerca della pozione necessaria e si mise all’opera. Versò in un’ampolla polvere di osso di vampiro, quattro peli di lupo mannaro, un’ala di pipistrello alla griglia, colla di pesce, sangue di zombie e un urlo di terrore, agitò con forza e rovesciò il miscuglio in un piccolo stampo, che poi mise in forno. Dopo meno di un’ora, il composto era cotto: quello che sembrava un innocente gessetto nero era in verità il terribile Incantesimo della Polvere. Secondo l’incantesimo maledetto, ogni volta che qualcuno avesse usato il gessetto nei suoi disegni, la Fatina Johanna avrebbe perso un po’ dei suoi poteri e della sua bellezza. Al consumarsi dell’ultimo pezzo di gessetto, la Fatina sarebbe svanita nel nulla, lasciando solo un mucchietto di polvere. Non restava che portare il gessetto al chiosco, nascondendolo fra gli altri gessetti colorati.

Lo stregone allora si travestì da venditore ambulante e di buon mattino, spingendo un carretto pieno di giochi, si mise in cammino per raggiungere il chiosco. Arrivato, fermò il carretto e chiamò: “Fatina, Fatina! Sono Loto, il Mercante di Sogni, vendo giocattoli incredibili e magici per il divertimento di ogni bambino. Vieni, vieni a visitare il mio negozio e scegli ciò che vuoi”.

La Fatina, incuriosita, si avvicinò e cominciò a sbirciare: c’era una trottola stregata che girava sempre ma solo in un senso, diversi caleidoscopi coloratissimi, un cavallino di legno che trottava davvero, alcuni giochi di carte ma, soprattutto, in un angolo, una bellissima scatola di gessetti magici, nuova di zecca.

“Wow, quante belle cose, Signor Loto. Non saprei cosa scegliere, le vorrei tutte…“, sussurrò la Fatina con ammirazione. “Mmm, dunque, vediamo, prendo un caleidoscopio, un mazzo di carte delle streghe e… se mi avanzano soldi, anche la scatola di gessetti!”, concluse con un sorriso, arrossendo un poco.

“Bella Fatina”, rispose lo stregone, “questo è il tuo giorno fortunato; comprando due giochi avrai la scatola di gessetti in omaggio! Ecco a te, fa quattro monete in tutto!”. La Fatina prese i suoi nuovi giochi soddisfatta e li sistemò in mezzo agli altri.

“Addio, Mercante di Sogni, lunga vita!”, disse la Fatina salutando lo stregone.

“Lunga vita a te, Fatina…”, disse lo stregone, sorridendo sotto i baffi.

Più tardi, all’arrivo dei bambini, i nuovi giochi riscossero un grande successo. Anche la scatola di gessetti non tardò ad essere usata. La scatola conteneva quattordici gessetti, due per ogni colore dell’arcobaleno, ordinati su due file. O almeno così pareva, perché in realtà sotto il primo gessetto indaco c’era un gessetto nero. Nessuno ci fece caso, e quando la Fatina, la sera, notò un disegno dai contorni neri, pensò che qualcuno avesse portato un gessetto nero da casa. Non diede alcuna importanza alla cosa, e nemmeno fece caso più di tanto al terribile mal di testa che quella stessa notte la fece dormire molto male.

I giorni passarono sempre meno felici. I bambini usavano il gessetto nero per i loro disegni, consumandolo, e con esso si consumava la Fatina. Ma tutti erano troppo impegnati nelle loro faccende per accorgersi di quanto in fretta la bellezza della Fatina stesse sfiorendo. E sebbene la Fatina si sforzasse di apparire quella di sempre, era decisamente preoccupata per quanto le stava accadendo.

Un triste pomeriggio, un bimbo venuto dal Nord disegnò il cielo di una notte tempestosa; lo fece nero come la pece, così nero che consumò tutto il gessetto, fino all’ultimo granello. Improvvisamente, da quel momento, non vi fu più traccia della Fatina; cercandola, i presenti trovarono soltanto un mucchietto di polvere.

Quando bambini e genitori capirono, piansero per sette giorni e sette notti. I giornali, le televisioni e internet portarono la notizia della morte della Fatina in tutto il mondo, fino a che arrivò persino all’orecchio del Grande Pittore.

Il Grande Pittore era stato anche lui un bambino. E proprio da bambino era stato spesso al chiosco della Fatina, e proprio lì aveva imparato a disegnare e dipingere, diventando il Grande Pittore che era, tanto bravo e magico che le cose che dipingeva diventavano vive.

Il Grande Pittore aveva un cuore grande così. Quando seppe della morte della Fatina, si mise in viaggio per raggiungere il chiosco. Ma il viaggio era molto lungo; per questo si dovette fermare a dormire in una vecchia locanda di periferia, lurida e malfamata, dove di solito alloggiavano soltanto ladri, assassini e stregoni malvagi.

Mentre cenava in quella sudicia locanda, alcuni brutti ceffi che sedavano al suo tavolo si misero a parlare della morte della Fatina e di come qualche giorno dopo uno stregone alto e barbuto si era vantato di esserne l’artefice.

Il Grande Pittore capì immediatamente che si trattava di Vladimiro, il quale, grazie alla morte della Fatina, era diventato il più grande mago del mondo.

Non aspettò un solo istante; partì alla volta del Palazzo di Vladimiro, deciso a chiedergli di annullare l’incantesimo. Una volta arrivato là, trovò Vladimiro al balcone che, sapendo del suo arrivo, gli urlava: “Grande Pittore! So quello che vuoi, ma non c’è nulla che tu possa fare per la tua dannata Fatina. Vattene di qui, o ti ridurrò in polvere come ho già fatto con lei!”.

“Vladimiro, Potente Mago, ritorna in te. Riporta in vita la Fatina e non un solo capello ti verrà torto”, cercò di dissuaderlo il Grande Pittore.

“Te lo puoi scordare!”.

“Vladimiro, ti prego, ragiona…” riprovò il Grande Pittore. Ma non aveva ancora finito di parlare che lo stregone scagliò contro di lui un fulmine che per poco lo polverizzò.

A questo punto, il Grande Pittore perse la pazienza e con un colpo di pennello disegnò intorno a Vladimiro un enorme diamante, così resistente che nessuna forza e nessun incantesimo avrebbe mai potuto rompere.

“Vladimiro, l’hai voluto tu! Questa è la mia vendetta. Passerai il resto dei tuoi giorni racchiuso nel diamante, tu ed i tuoi maledetti incantesimi!”, concluse il Grande Pittore, che non fece nemmeno in tempo a sentire le suppliche e le urla dello sconfitto, perché gli aveva già girato le spalle ed era ripartito alla volta del chiosco della Fatina.

Vi arrivò il giorno del solstizio d’estate e fece fatica a trattenere le lacrime. Infatti, lo spiazzo antistante al chiosco era gremito di migliaia di bambini accorsi da ogni angolo del mondo per rendere omaggio alle ceneri della Fatina. Non c’era più niente di quello che il Grande pittore ricordava. Gli uccellini non cinguettavano, non si udivano le risa spensierate dei bambini, la felicità e la pace erano svanite nel nulla. Al centro dello spiazzo, c’era un mucchietto di polvere che aveva il coraggio di guardare.

Il Grande Pittore capì l’infelicità di quei bambini ed improvvisamente ebbe un’idea. Certo non sarebbe stato facile, anzi, ma lui era convinto che l’amore che quei bambini avevano provato per la Fatina Johanna era immenso, più potente di ogni altra cosa, anche dell’incantesimo della Polvere.

Non gli restava che provare; radunò i bambini, che formarono un grande cerchio intorno alle ceneri della Fatina, tenendosi per mano, e poi disse: “Bambini, questo posto non è nato per essere triste. Questo posto è magico e la sua magia nasce dalla gioia e dall’amore. So che non è facile, ma adesso dovete alzare i vostri occhi tristi e pensare alla Fatina ed ai momenti belli e felici che avete trascorso qui”.

Così dicendo, prese tavolozza e pennelli e disegnò al centro del cerchio di bambini la Fatina Johanna. La fece bella, felice e piena di luce, come mai lo era stata.

Nel vedere la loro Fatina prendere forma, i bambini pensarono alle giornate passate al chiosco a giocare e disegnare, si ricordarono delle sue coccole e dei suoi sguardi amorosi e pieni di gioia. I loro cuori cominciarono a riscaldarsi e l’amore per la Fatina tornò ad ardere dentro di loro, prima piano, poi sempre più forte, come un incendio che non si può spegnere. Gli uccellini, sentendo tutto quell’amore, ricominciarono a cinguettare, le onde del mare si imbizzarrirono; volevano salire sugli scogli per vedere cosa succedeva al chiosco.

L’amore dei bambini si faceva sentire ed era puro e più forte di qualsiasi mago e di qualsiasi incantesimo. E poi si era fatta notte, e siccome era la notte del solstizio d’estate, era la notte delle fate. Per questo la bellezza, l’amore e la magia si unirono in un canto di gioia e il disegno del Grande Pittore prese forma, calore e vita.

Sotto gli occhi increduli dei bambini, la Fatina Johanna riapparve sorridente e piena di gioia. Il Grande Pittore la abbracciò, la baciò e non la lasciò mai più. Vissero il resto della loro vita al chiosco, insegnando ai bambini l’arte della pittura e della felicità.

E fu così che vissero per sempre felici e contenti.